Stefania Santarcangelo al MIDAC

3 04 2011

Liquide alterazioni

Prima di parlare di Stefania Santarcangelo è opportuno definire alcuni concetti, primo fra tutti quello di “autobiografico”.

Infatti è autobiografico tutto ciò che riguarda il raccontare o, meglio, l’estrinsecare ciò che vive dentro di noi e non solamente il riportare, con minore o maggiore sincerità, i fatti avvenuti nella propria vita rilevabili anche esternamente.

I nostri desideri, i nostri sogni (anche gli incubi al limite), il nostro modo di essere interiore sono una forma di autobiografia perché fanno parte della nostra personalità e della nostra psiche in generale e, per noi, sono veri e reali quanto le esperienze di vita.

Queste stesse esperienze hanno generato sensazioni che ci hanno formato e modificato e ricordi di queste sensazioni che ognuno di noi ha dovuto interiorizzare ed inglobare, che ci piacessero o no, e costituiscono parte essenziale del nostro modo di essere e di estrinsecarci.

Quando Stefania Santarcangelo vive la creazione di una sua opera e la trasforma in un’opera compiuta e materiale ci comunica una parte non piccola di se stessa ed il virtuale di questa opera in effetti è solo apparente proprio perché rispondente ad una parte “reale” della sua psiche.

L’essere donna, il peso della femminilità, la prigione in cui uno spirito sensibile vive, o crede di vivere, si evidenziano immediatamente nelle poche ma selezionate immagini che Stefania Santarcangelo ha creduto di esporre e sottoporre al pubblico.

Questo essere-vivere non dimentica mai se stesso e si estende nel tempo e nello spazio, in ciò che si ella è stata sin dall’infanzia ed in ciò che avrebbe voluto essere sino a ciò che è, adulta, e che vorrebbe essere, futuro possibile ed immaginario al tempo stesso.

Per questo le sue immagini si formano attraverso una continua interazione di linee, e forme, e colori che si sintetizzano in una unità formale omogenea ma richiedono, anzi esigono, un’attenzione particolare da parte di chi guarda e, al tempo stesso, spingono ad una meditazione più profonda di quanto il primo sguardo, rapido per necessità, generi.

A questo punto risulta quasi superflua, anche se non inutile, se fatta dal vivo, un’analisi delle singole opere che parlano anche ai non addetti ai lavori con stupefacente sincerità.

Umberto Maria Milizia
Belforte del Chienti, Marzo 2011

* * *

Stefania Santarcangelo nasce a Lecco nel 1982, dove tuttora vive e lavora. Il suo percorso formativo è articolato tra la frequentazione degli atelier di maestri pittori e un incontro autonomo con l’arte digitale e i principali software ad essa correlati.

Attualmente il suo studio è volto alla ricerca di un linguaggio personale nei confronti dell’illustrazione tradizionale e digitale. Allo stesso tempo sta sperimentando un primo approccio (al momento da autodidatta) con software di modellazione tridimensionale.

Le opere sono state create attraverso manipolazioni digitali di molteplici elementi, opportunamente combinati per creare il “senso”. Ogni elemento è trattato in modo diverso a seconda del suo ruolo nella “storia dell’immagine”. Il trattamento varia dalla semplice alterazione di colori e dimensioni fino all’uso di texture complesse, distorsione delle forme, fusione di più livelli e disegno digitale, nelle parti in cui l’opera ha bisogno di particolari unici.

I suoi temi sono legati alla rappresentazione di dimensioni interne ed esterne, che si rincorrono nel mondo tenero e terribile di un femmineo senza tempo. Nuove forme che si raccolgono in sequenze intelligibili ma sfuggenti. Lontana dalle condizioni umane, l’essenza si rivela: il sogno nella realtà, la realtà nel sogno. L’intento dell’artista è di condurre per mano l’osservatore verso i luoghi nascosti della sua anima per far resuscitare desideri, ricordi, paure e verità.

Nel dicembre 2010 vince il primo premio al Festival Internazionale di Arte Digitale Ventipertrenta, curato da Terra dell’Arte, con l’opera Adagio.

A cura di Terra dell’Arte
Belforte del Chienti, Aprile 2011

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